Krishna


VISHNU_KESHAVAKṛṣṇa (devanāgarī कृष्ण; adattato in Krishna) è, nella tradizione religiosa induista, il nome di un avatāra del dio Viṣṇu e tale è considerato dalla corrente religiosa indicata come Vaiṣṇavismo (o Viṣṇuismo) che considera Viṣṇu l’Essere supremo.

Kṛṣṇa ottavo avatāra di Viṣṇu, è a volte raffigurato come Kṛṣṇa Veṇugopāla, ovvero Kṛṣṇa suonatore di flauto (veṇu) e pastore delle mucche (gopāla).

Ha una corona regale (kirīṭa mukuṭa) con penne di pavone (mayūrapattra) che simboleggiano l’immortalità, richiamata anche dal pavone in basso a destra della figura. Il pavone simboleggia l’immortalità in quanto il suo progenitore nacque da una piuma di Garuda. La ghirlanda di Kṛṣṇa è una ghirlanda di fiori (tulasī) ed è composta da cinque filari di fiori che rappresentano i cinque sensi dell’uomo.

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La sua postura è la ardhasamasthānaka pādasvastika, la postura a gambe incrociate con il piede destro che tocca con le punta delle dita il terreno mostrando leggerezza e calma e appoggiandosi alla mucca posta dietro di lui. Dietro Kṛṣṇa, l’immagine di una mucca, Surabhī, che vive nel paradiso di Kṛṣṇa, Goloka. La mucca è dispensatrice di beni e per questo è sacra e non può essere uccisa. Sono le mucche che dopo la morte degli uomini consentono loro di attraversare un fiume sotterraneo (il Vaitaraṇī) pieno di coccodrilli per giungere all’altra riva dove disporranno di un nuovo corpo per la successiva reincarnazione. È vestito di giallo (pitāṁbara) colore della divinità solare che illumina il cosmo.
Nella corrente religiosa induista che va sotto il nome di Kṛṣṇaismo[2] egli è tuttavia considerato l’Essere supremo stesso e non semplicemente una sua manifestazione o un suo avatāra per quanto completo.

Così il Bhāgavata Purāṇa (testo kṛṣṇaita del IX secolo d.C.):

(SANSCRITO)  « kṛṣṇas tu bhāgavan svayam »
(ITALIANO)  « Kṛṣṇa è l’Essere supremo stesso »  (Bhāgavata Purāṇa I,3,28)

Kṛṣṇa è una divinità che non compare nelle quattro Saṃithā dei Veda. Per quanto vi siano dei richiami alla sua figura nel Chāndogya Upaniṣad (III,17,6; testo presumibilmente dell’VIII secolo a.C.), Kṛṣṇa come divinità viene presentata in modo completo solo nel poema “viṣṇuita” del Mahābhārata (testo composto tra il VI secolo a.C. e il V secolo d.C.) e, nella Bhagavadgītā (VI parvan del Mahābhārata ad esso aggiunto nel III secolo a.C.), la sua figura diviene centrale.

Gli studiosi ritengono tuttavia che Kṛṣṇa e Viṣṇu in origine fossero due divinità distinte[4], fondendosi completamente nel V secolo d.C. quando, a partire dal Viṣṇu Purāṇa (testo viṣṇuita del V secolo d.C.), Kṛṣṇa è indicato come un avatāra di Viṣṇu.

Gli stretti collegamenti tra le due divinità sono tuttavia precedenti: una colonna del I secolo a.C. rinvenuta a Goṣuṇḍi associa Kṛṣṇa a Nārāyaṇa (divinità già precedentemente associata a Viṣṇu) mentre immagini relative al periodo dell’Impero Kushan (I secolo d.C.) rappresentano Kṛṣṇa con le stesse armi di Viṣṇu. Tale Kṛṣṇa è, per gli studiosi[5], comunque il Kṛṣṇa del Mahābhārata indicato come ‘Kṛṣṇa Vāsudeva’, il capo dei vṛṣni di Mathura che uccide il malvagio Kaṃsa, perde la battaglia contro il re maghada Jarāsaṃda, giunge a Dvārakā (oggi Dwarka di fronte al Mar Arabico) e diviene consigliere dei Pāṇḍava contro i Kaurava nella battaglia Kuruṣetra: accenni a tale epica oltre che nel Mahābhārata li si riscontrano anche nel Mahābhāṣya di Patañjali e nel buddhista Gatha Jātaka.

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Al ‘Kṛṣṇa Vāsudeva’, ovvero al Kṛṣṇa del clan degli yādava che ha già incorporato un altro differente culto, quello di Vāsudeva proprio del clan dei vṛṣni dando vita al ciclo del Mahābhārata, si aggiunge, successivamente, un ulteriore Kṛṣṇa, il ‘Kṛṣṇa Gopāla’ considerato dagli studiosi inizialmente differenziato dal primo[6].

Così Gavin Flood:

« Intorno al IV secolo d.C., la tradizione dei Bhāgavata- ossia la tradizione di Vāsudeva-Kṛṣṇa del Mahābhārata – assorbe un’altra tradizione, il culto di Kṛṣṇa fanciullo a Vṛndāvana – ovvero il culto di Kṛṣṇa Gopāla, il custode del bestiame. »
(Gavin Flood. L’induismo. Torino, Einuaidi, 2006, pag.162)

Secondo la tradizione Kṛṣṇa, pur essendo di lignaggio del clan dei vṛṣni di Mathura, fu adottato da una famiglia di pastori di etnia ābhīra che lo crebbe fino alla maturità quando il dio/eroe torna a Mathura per sconfiggere il malvagio Kaṃsa.

John Stratton Hawley[7] spiega questa narrazione con il fatto che gli ābhīra, una etnia nomade che estendeva il suo raggio di azione dal Panjab fino al Deccan e alla pianura del Gange adoravano un ‘Kṛṣṇa Gopāla’. Quando gli ābhīra allargarono il loro confini giungendo nei pressi di Mathura (area del Braj) incontrando il clan dei vṛṣni il loro culto venne ad integrarsi con quello del ‘Kṛṣṇa Vāsudeva’.

Riassumendo, originariamente Kṛṣṇa è un eroe divinizzato del clan degli yādava ed è probabile, secondo Ramchandra Narayan Dandekar[8] che il Devakīputra Kṛṣṇa a cui fa riferimento la Chāndogya Upaniṣad nel celebre XVII khaṇḍa contenuto nel III prapāṭaka:

Il potere creativo

(SA)
« sa yad aśiśiṣati yat pipāsati yan na ramate tā asya dīkṣāḥ atha yad aśnāti yat pibati yad ramate tad upasadair eti atha yad dhasati yaj jakṣati yan maithunaṃ carati stutaśastrair eva tad eti atha yat tapo dānam ārjavam ahiṃsā satyavacanam iti tā asya dakṣiṇāḥ tasmād āhuḥ soṣyaty asoṣṭeti punar utpādanam evāsya tat maraṇam evāvabhṛthaḥ tad dhaitad ghora āṅgirasaḥ kṛṣṇāya devakīputrāyoktvovāca apipāsa eva sa babhūva so ‘ntavelāyām etat trayaṃ pratipadyetākṣitam asy acyutam asi prāṇasaṃśitam asīti tatraite dve ṛcau bhavataḥ ādit pratnasya retasaḥ ud vayaṃ tamasaspari jyotiḥ paśyanta uttaram svaḥ paśyanta uttaram devaṃ devatrā sūryam aganma jyotir uttamam iti jyotir uttamam iti »
(IT)
« Avere fame, sete, rinunciare ai piaceri sessuali corrispondono all’uomo alla consacrazione sacrificale. Il cibo, il bere, il darsi ai piaceri corrispondo in lui agli upasada. Ridere, mangiare, godere dei piaceri sessuali corrisponde in lui ai canti e alle recitazioni. L’ascesi, le elemosine, la rettitudine, la non-violenza, l’essere veritiero corrispondono in lui ai doni dati [ai sacerdoti]. Per questo [durante le cerimonie sacrificali] si afferma: Ṣosyato asoṣṭa significando con questo la sua nuova nascita. L’abluzione finale (avabhṛtha, la conclusione del sacrificio) corrisponde alla sua morte. Quando Ghora Āṅgirasa ebbe insegnato ciò a Kṛṣṇa figlio di Devakī, disse: “Diviene libero dalla sete [del desiderio] [colui] che mentre muore si rifugia in questi tre detti: ‘Tu sei l’eterno, l’eternamente stabile, sei l’essenza della vita’”. Vi sono a questo riguardo due inni: “Poi videro la luce albeggiante dell’antico seme che arde al di là dei cieli”, “Dopo la notte vedendo la luce superiore, Sūrya (il Sole), quella luce è il Dio (deva) tra gli dei e a lui siamo andati, alla luce suprema, alla luce suprema” »

(Chāndogya Upaniṣad III,17,1-7)

non sia altri che il Kṛṣṇa degli yādava, un clan ario che fu a stretto contatto con il clan dei vṛṣni di Mathura aventi come culto quello di un altro eroe divinizzato, Vāsudeva. Infatti alcuni contenuti del passaggio della Chāndogya Upaniṣad, Kṛṣṇa figlio di Devakī e discepolo di Ghora Āṅgirasa che gli insegna che la vita umana è essa stessa un sacrificio, riverbereranno nello stesso Mahābhārata.

Questi eroi divinizzati di estrazione guerriera trovano la loro trasformazione in ortodossia brahmanica e vedica con l’incontro con il dio vedico e brahmanico Viṣṇu proprio nel Mahābhārata e nella Bhagavadgītā dove Kṛṣṇa è sinonimo di Viṣṇu in ben tre passaggi: X,21; XI,24; XI,30.

Sempre secondo Ramchandra Narayan Dandekar[13] la fusione tra la divinità guerriera e quella brahmanica si rese necessaria nel contesto della critica che religioni “eterodosse” come quella buddhista e jainista, all’epoca in forte ascesa, andavano promuovendo nei confronti del Brahmanesimo il quale cercava, di converso, nuove risposte teologiche e cultuali alla propria crisi.

Il Kṛṣṇa-Vāsudeva-Viṣṇu dei clan uniti degli yādava e dei vṛṣni si fuse con una divinità pastorale propria degli ābhīra dando vita al Kṛṣṇa-Vāsudeva-Gopāla-Viṣṇu oggetto delle riflessioni teologiche dei successivi testi detti Purāṇa e delle scuole esegetiche viṣṇuite e kṛṣṇaite.

Alcuni ritengono che storicamente Kṛṣṇa possa essere stato un profeta o maestro religioso divinizzato, ma l’ipotesi è ritenuta poco plausibile, in quanto a Kṛṣṇa sono associate virtù guerriere e di Re dell’India di 5.000 anni fa.. cose che di solito non sono prerogativa e pregio di profeti o maestri religiosi.

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